Pubblicato da: ecoinformazioni | aprile 20, 2010

Tre mesi per raccogliere 500.000 firme

L’intervento di Francuccio Gesualdi, presidente del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano: «Siamo ancora in tempo per invertire la rotta, il referendum sull’acqua è una buona occasione, sapendo che la posta in gioco non è la gestione degli acquedotti, ma i nostri valori, la nostra visione della società»

In tutta Italia, inizia la raccolta di firme a sostegno del referendum contro la privatizzazione dell’acqua. L’obiettivo è l’abrogazione di tre articoli di legge, tre articoli chiave che se venissero annullati farebbero cadere l’intero castello della privatizzazione. Abbiamo solo tre mesi per raccogliere 500.000 firme, un tempo infinitesimamente breve per una sfida infinitamente alta: l’abbandono della barbarie e il recupero alla civiltà.

Il processo di privatizzazione dell’acqua è iniziato negli anni Novanta non con iniziative eclatanti, ma in sordina, con modifiche di legge su questioni tecniche, di quelle barbose che capiscono solo gli avvocati e i ragionieri. Ma è proprio di quei cambiamenti che bisogna avere paura. Fondamentalmente, la strategia è stata organizzata in due tempi: prima la fase di preparazione del campo, poi l’attacco finale. La classica strategia del rospo bollito che messo in una pentola di acqua fredda posta sul fuoco, ci lascia la pelle perché si adatta alla temperatura che sale. Dunque non cambiamenti repentini, ma graduali, ponendosi come primo obiettivo quello di fare cambiare mentalità. L’idea da scardinare era quella del comune-comunità che si fa carico dei bisogni fondamentali secondo logiche di solidarietà, per rimpiazzarla con quella del comune-bottegaio che vende servizi secondo logiche di mercato. E per farlo si cominciò ad allargare il ventaglio degli strumenti operativi a disposizione dei comuni.

Un tempo la gestione dei servizi era diretta, tutt’al più tramite aziende municipalizzate, strutture autonome da un punto di vista giuridico, ma un tutt’uno col comune da un punto di vista economico e politico. L’azienda municipalizzata fa pagare un prezzo per i servizi che fornisce, ma l’ammontare è deciso dal consiglio comunale in base a criteri sociali e ambientali, se l’incasso non basta per fare fronte a tutte le spese o agli investimenti da effettuare, provvede il comune con integrazioni di altra natura. Una legge del 1992 iniziò a modificare il panorama dando la possibilità ai comuni di costituire delle società per azioni alle quali delegare acqua, rifiuti, trasporti e qualsiasi altro servizio comunale a rilevanza economica, ossia vendibile.

Da un punto di vista linguistico la differenza fra azienda municipalizzata e società per azioni è impercettibile, da un punto di vista giuridico è abissale. La società per azioni, anche se al 100% di proprietà comunale, diventa un corpo a se stante, una sorta di figlio maggiore che deve arrangiarsi da solo. Un’entità che non può più ricorrere alla mamma comune, deve coprire tutte le spese da sola con i proventi delle sue vendite. I prezzi li decide lei stessa non più secondo logiche di equità sociale, ma secondo logiche di contabilità di bilancio. Per di più è una spa, una società per azioni. Per legge il suo compito è garantire profitti agli azionisti. Un cambiamento totale di prospettiva: la municipalizzata guardava alla gente, la spa guarda agli azionisti.

Come il cow-boy spinge la mandria verso il recinto, così una serie di leggi hanno spinto i comuni verso le spa, finché un decreto del 2006, l’ha posto come obbligo. Scattata la trappola, nel 2008 un nuovo decreto, passato alla storia come decreto Ronchi, è tornato alla carica con ulteriori disposizioni: da una parte ha stabilito che i servizi comunali vendibili possono essere dati in gestione anche a società totalmente private; dall’altra ha decretato che se vogliono continuare a gestire i servizi, le società per azioni istituite dai comuni debbono cedere parte del capitale a investitori privati.

 

Fuori dal mercato

Ciò spiega perché i primi obiettivi del referendum sono l’abrogazione di questi due passaggi legislativi a cui se ne aggiunge un terzo che riguarda la definizione delle tariffe. Un altro articolo dello stesso decreto 2006 stabilisce che la tariffa dell’acqua deve essere calcolata in modo da coprire tutte le spese, sia quelle di gestione che quelle di investimento. Considerato che gli acquedotti italiani fanno acqua da tutte le parti, c’è il rischio che le spese di investimento siano così elevate da fare schizzare le tariffe sempre più su, fino a raggiungere livelli proibitivi per le tasche dei più poveri che non potendo pagare, si vedranno tagliare la fornitura di acqua. Per i fautori del mercato l’adeguamento dei prezzi alle spese è un meccanismo perfetto, per questo il mercato è ritenuto efficiente. Ma questo criterio può andare bene per i rossetti, le cravatte, i televisori, non per l’acqua. L’acqua è un bisogno fondamentale, addirittura vitale, per questo è incluso fra i diritti, fra quei bisogni, cioè, che tutti devono poter soddisfare indipendentemente se ricchi o poveri, uomini o donne, giovani o vecchi. Per questa ragione l’acqua deve tornare sotto gestione pubblica: perché il pubblico è l’unico soggetto che può gestire i servizi e le risorse secondo criteri non puramente economici, ma di equità sociale. Solo il pubblico può riconoscere l’acqua come diritto e quindi distribuirla in maniera gratuita entro i quantitativi essenziali. Solo il pubblico può trovare forme di finanziamento al di fuori dei prezzi, perché, ricordiamocelo sempre, la sua funzione non è vendere, ma prendersi cura della comunità. Focalizzandoci sulla funzione del pubblico, arriviamo al nocciolo della questione. Nel novecento avevamo chiaro che il suo compito era operare per il bene comune, garantire dignità a tutti, accorciare le differenze sociali. Non a caso il suo punto di forza non era l’efficienza dei prezzi, ma la solidarietà collettiva sotto forma di tasse. I soldi chiesti non in base all’utilizzo dei servizi, ma alla ricchezza disponibile.

Oggi questa chiarezza la stiamo perdendo. Colonizzati dalla cultura mercantile, non concepiamo più la società come un patto sociale, ma come una fiera in cui concludere contratti d’affari. La compra-vendita elevata a unico criterio di relazione sociale, siamo tutti più soli e insicuri. Ma siamo ancora in tempo per invertire la rotta , il referendum sull’acqua è una buona occasione per farlo, sapendo che la posta in gioco non è la gestione degli acquedotti, ma i nostri valori, la nostra visione della società. Individualismo di mercato contro solidarietà collettiva: questa è la battaglia di civiltà che si combatte col referendum, ricordandoci che se perderemo l’acqua, a catena perderemo la sanità, l’istruzione, la previdenza sociale. Un tracollo sociale che dobbiamo assolutamente evitare. [da http://www.pisanotizie.it/%5D

 

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